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La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 28427 del 7.11.2018, ha respinto il ricorso della banca creditrice che aveva lamentato come la Corte d’Appello non avesse accolto la domanda di revocatoria dell’atto di compravendita di un immobile, facente parte di un trust, a motivo della mancata prova della scientia fraudis degli acquirenti (ossia della consapevolezza dell’idoneità dell’atto a pregiudicare le ragioni dei creditori) ed, in particolare, della mancata prova dell’effettivo pagamento del prezzo dichiarato nell’atto di compravendita (inferiore a quello di mercato) quale elemento da cui presumere la sussistenza della suddetta consapevolezza.

La Suprema Corte ha chiarito, innanzitutto, che il caso di specie atteneva ad un ipotesi di “revocatorie consecutive”, ossia dell’atto di costituzione del trust e del successivo atto di compravendita di uno dei beni immobili in esso conferiti, stipulato tra i trastee e i terzi acquirenti.

Come è noto, l’istituto giuridico del trust, originato nell’esperienza giuridica dei Paesi del Common Law, ha trovato riconoscimento anche nel nostro ordinamento per effetto della ratifica da parte dell’Italia della Convenzione dell’Aja del 1.07.1985. L’elemento che caratterizza l’istituto è il seguente: i beni che confluiscono nel trust, pur essendo trasferiti al trustee (e quindi legalmente di sua proprietà), non entrano a far parte del suo patrimonio, ma vengono da lui amministrati e gestiti, per il tempo e secondo quanto stabilito dal disponente, nell’interesse di un beneficiario o per il raggiungimento di uno scopo.

Ebbene, la Suprema Corte ha ritenuto che, nel caso di specie, la revocatoria della compravendita, intervenuta tra i trustee e i terzi acquirenti, presupponesse l’accertamento della consapevolezza di quest’ultimi della revocabilità del trasferimento della proprietà dei beni dal disponente ai trustee.

La Suprema Corte ha, quindi, ritenuto che la Corte d’Appello avesse correttamente vagliato, nel loro complesso, gli elementi anomali della compravendita intervenuta nel caso di specie (ossia il prezzo inferiore al valore di mercato e l’acquisto di un bene, facente parte del trust, pochi mesi dopo il conferimento in esso) ed ha inoltre precisato che il Giudice di secondo grado, diversamente da quanto lamentato dalla banca ricorrente, non avesse affatto affermato che fosse onere di quest’ultima provare l’effettivo pagamento del prezzo dichiarato nell’atto di compravendita, ma solo che il fatto che tale prezzo (di cui comunque non era stato provato il pagamento) fosse inferiore a quello di mercato non potesse costituire elemento sufficiente a provare, in via presuntiva, la scientia fraudis dei terzi acquirenti, a fronte degli ulteriori elementi pure vagliati dalla Corte d’Appello, ossia la non precedente conoscenza delle parti tra di loro (in particolare, tra il disponente il trust ed i terzi acquirenti), oltre che “l’individuazione del bene e le trattative condotte da agenzia immobiliare, l’essere stato l’immobile da tempo messo in vendita tramite agenzia immobiliare”.

In sostanza, la Suprema Corte ha riconosciuto corretto il modus procedendi della Corte d’Appello nella individuazione e nell’apprezzamento complessivo degli elementi presuntivi della scientia fraudis ed ha respinto il ricorso della banca anche perché la censura mossa alla sentenza di secondo grado non aveva colto la sua ratio decidendi con riferimento alla prova del pagamento del prezzo dichiarato nell’atto di compravendita.

Avv. Rosanna Bisegna


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