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La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 2632/2017, ha ribadito il principio di diritto da essa espresso con la precedente sentenza n. 1585/2017, secondo cui “Non integra il delitto di appropriazione indebita, ma un mero inadempimento di natura civilistica, la condotta del promittente venditore che, a seguito della risoluzione del contratto, non restituisca al promissario acquirente l’acconto sul prezzo del bene promesso in vendita”.

In base a tale principio, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso presentato dalla parte civile contro colui che aveva trattenuto gli acconti da essa versati in esecuzione di un contratto preliminare di vendita di immobile successivamente risolto e nonostante l’impegno, assunto dal ricevente con successiva scrittura privata, di restituirli una volta venduto l’immobile ad altro soggetto ed incassato il prezzo, come poi è avvenuto.

La parte civile ha sostenuto che gli acconti erano stati erogati con un preciso vincolo di destinazione, ossia lo scambio di denaro con la proprietà del bene, e che, quindi, venendo meno tale scopo, la mancata restituzione degli stessi integrava il reato di appropriazione indebita.

Per la Corte la questione della configurabilità o meno del reato di appropriazione indebita in ipotesi di mancata restituzione di versamento di acconti sul prezzo di vendita di un immobile da parte del promissario acquirente, si risolve quindi nello stabilire se tali acconti abbiano un vincolo di destinazione o entrino a far parte del patrimonio di chi li ha ricevuti.

Ebbene, pur tenendo conto di una precedente pronuncia di legittimità in senso contrario (Cass. 48136/2013), la Corte ha ritenuto che, anche in ipotesi di acconti, si dovesse dare ulteriore seguito all’indirizzo secondo cui “la mancata restituzione della caparra non configura l’ipotesi criminosa di cui all’art. 646 c.p., difettando il presupposto essenziale dell’impossessamento di cosa altrui, poichè la somma (o la cosa fungibile) data a tale titolo passa nel patrimonio dell’accipiens, il quale ne diventa proprietario ed è tenuto in caso di adempimento ad imputarla alla prestazione dovutagli e in caso di inadempimento alla restituzione (trattandosi di cose fungibili) di danaro o cose dello stesso genere in quantità doppia”: Cass. 5732/1982 riv 154152).

La Corte ha infatti ricordato che, pur essendo la caparra diversa dall’acconto sotto il profilo civilistico, sotto il profilo penalistico non è possibile fare alcuna distinzione, essendo entrambi privi di impiego vincolato; conseguentemente la Corte ha ribadito che, entrando le somme nel patrimonio di colui che le ha ricevute, in caso di venir meno del contratto, sorgerebbe a carico di quest’ultimo un obbligo restitutorio che, se inadempiuto, integrerebbe solo un inadempimento civilistico e non l’ipotesi criminosa.

Avv. Rosanna Bisegna


categoria:Attività d’impresaNews