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A chi non è mai capitato di immaginare che un giorno qualche forma di intelligenza artificiale sarebbe stata inventata anche in campo giuridico? Se parliamo dello “smart contract”, viene naturale pensare che quel giorno sia arrivato.

Il “contratto intelligente” nasce per semplificare alcune operazioni in cui l’agire umano non è indispensabile: se per tradizione il contratto necessita di un adempimento delle parti, spontaneo o forzoso, con questo nuovo mezzo, invece, le parti continueranno a farsi delle promesse – digitalmente, inserendo condizioni ed effetti desiderati – ma rimettendo ad un algoritmo il rispetto delle stesse, con un’ automatica esecuzione.

Viene da sé che tale forma “smart” sicuramente non potrà essere utilizzata per operazioni complesse, quanto piuttosto per contratti semplici che ad esempio prevedano obbligazioni pecuniarie, o per transazioni commerciali o per contratti di assicurazione.

Ma  da quando questa novità?

In sede di conversione avvenuta con legge dell’11 febbraio 2019, n. 12, del Decreto Semplificazioni n. 135/2018 è stato inserito l’art. 8-ter,Tecnologie basate su registri distribuiti e smart contract”, in cui si trovano le rispettive definizioni.

Per «tecnologie basate sui registri distribuiti» si intende: “le tecnologie e i protocolli informatici che usano un registro condiviso, distribuito, replicabile, accessibile simultaneamente, architetturalmente decentralizzato su basi crittografiche, tali da consentire la registrazione, la convalida, l’aggiornamento e l’archiviazione di dati sia in chiaro che ulteriormente protetti da crittografia verificabili da ciascun partecipante, non alterabili e non modificabili”; per «smart contract», invece, “un programma per elaboratore che opera su tecnologie basate su registri distribuiti e la cui esecuzione vincola automaticamente due o più parti sulla base di effetti predefiniti dalle stesse”.

Per dirla in maniera più semplice: le parti individuano ciò che vogliono, “scrivono” lo smart contract ed una volta inserito nella Blockchain, sarà la stessa “tecnologia basata sui registri distribuiti” a garantire che il contratto venga eseguito alle condizioni richieste.

Ma fino a che punto sarà garantita la valenza probatoria?

Per soddisfare il requisito della forma scritta sarà indispensabile effettuare un’identificazione informatica delle parti e le stesse saranno tenute a seguire un processo che verrà indicato nelle linee guida da parte dell’Agenzia per l’Italia digitale entro novanta giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione, quindi entro la metà di maggio c.a..

La certificazione della data e dell’ora si avrà dal momento in cui il documento informatico verrà ad esistenza, e non dal momento della condivisione che potrà essere anche successivo, come era previsto prima della modifica emersa in sede di conversione del decreto con la sostituzione della parola “memorizzazione” al posto di “condivisione” all’inizio del terzo comma.

 Sarà davvero l’ alba di nuova era? Sicuramente l’Italia si colloca tra i primi ad aver introdotto una disciplina legislativa su questa forma di “digitalizzazione contrattuale”, ed a livello sovranazionale il Parlamento europeo, al riguardo, nella Risoluzione del 3 ottobre 2018, (“Tecnologie di registro distribuito e blockchain: creare fiducia attraverso la disintermediazione”) ha sottolineato la presenza di non pochi vantaggi applicativi, dicendo: “le tecnologie DLT e blockchain possono costituire uno strumento che rafforza l’autonomia dei cittadini dando loro l’opportunità di controllare i propri dati e decidere quali condividere nel registro, nonché la capacità di scegliere chi possa vedere tali dati; [..] in grado di migliorare l’efficienza dei costi delle transazioni eliminando intermediari e costi di intermediazione, oltre ad aumentare la trasparenza, ridurre la corruzione, rilevare l’evasione fiscale, consentire la tracciabilità dei pagamenti illeciti, agevolare le politiche antiriciclaggio e individuare l’appropriazione indebita di beni.”[..]

Ovviamente il P.E. non manca di sottolineare qualche profilo di criticità sia sui rischi relativi alla giurisdizione, che sulla necessità di dare certezza alla validità di una firma digitale crittografata.

Attendiamo che vengano emanate le Linee Guida dall’ Agenzia per l’Italia Digitale, poi si vedrà.

Dott.ssa Clarissa Di Lorenzo


categoria:Attività d’impresaNews