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arrichhimento senza causa

Degna di nota la sentenza n. 22404, pubblicata il 13.09.2018, con cui le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sono intervenute nuovamente in tema di modifiche delle domande in corso di causa.

Il quesito sottoposto all’esame delle SSUU è il seguente “Se nel giudizio promosso nei confronti di una Pubblica Amministrazione per l’adempimento di una obbligazione contrattuale la parte possa modificare la propria domanda in una richiesta di indennizzo per arricchimento senza causa con la memoria ex art. 183, sesto comma, n. 1, cod. proc. civ.” (ossia con l’atto da depositarsi nel primo dei tre termini che, ai sensi di tale norma, il Giudice concede, su istanza di parte, alla prima udienza). Tale quesito prende le mosse dal comportamento processale di un professionista che, avendo citato in giudizio il Comune per ottenere il pagamento del corrispettivo dell’incarico conferitogli, aveva svolto, con la memoria depositata nel primo termine, la domanda di indennizzo per arricchimento senza causa a fronte dell’eccezione di nullità delle deliberazioni di affidamento dell’incarico (e quindi del contratto) sollevata dal Comune.

Per dare una risposta al quesito, le SSUU fanno innanzitutto una puntuale ricognizione dei propri indirizzi giurisprudenziali in materia di ius variandi. In particolare, dei due orientamenti espressi, l’uno, nella sentenza n. 26128/2010 e, l’altro, nella sentenza n. 12310/2015.

Secondo il primo, la domanda di arricchimento senza causa costituirebbe domanda “nuova” (come tale, inammissibile) rispetto a quella di adempimento contrattuale originariamente svolta, in quanto tali domande sarebbero strutturalmente e tipologicamente diverse tra loro, con riguardo sia ai fatti posti a fondamento di ciascuna di esse o c.d. causa petendi (il proprio impoverimento e l’altrui locupletazione rilevano infatti solo per la seconda, così come l’utilitas dell’ente nel caso che la domanda sia svolta contro una PA), sia a ciò che viene chiesto al Giudice o c.d. petitum (corrispettivo o indennizzo); pertanto, il passaggio dall’una all’altra, non costituendo una semplice modifica della domanda, ma un suo radicale mutamento, è consentito solo quale conseguenza delle domande ed eccezioni della parte convenuta che abbia così introdotto un nuovo tema di indagine e fino alla prima difesa utile (ossia fino alla prima udienza, ovvero, in caso di giudizio opposizione a decreto ingiuntivo, solo con l’atto di costituzione in giudizio della parte opposta).

Secondo, invece, l’altro orientamento (espresso nella sentenza 12310/2015, con conseguente ritenuta ammissibilità della modifica della domanda di esecuzione specifica dell’obbligo di concludere il contratto ex art. 2932 c.c. in quella di accertamento dell’avvenuto effetto traslativo), non esisterebbe un esplicito divieto di svolgere, nell’ambito della prima udienza, domande “nuove” (nel senso espresso dal precedente orientamento); la differenza tra domande nuove (implicitamente vietate dall’art. 183 c.p.c. solo quando non sono conseguenza delle domande ed eccezioni della parte convenuta) e delle domande “modificate” (che l’art. 183 c.p.c. espressamente ammette), non starebbe nel fatto che, con riferimento a quest’ultime, le modifiche non incidono sugli elementi identificativi della domanda, ma nel fatto che le domande “modificate” non sono “nuove” nel senso di “ulteriori” o “aggiuntive”, trattandosi di domande che invece si sostituiscono a quelle originariamente formulate e sono ad esse alternative. Pertanto, è ammissibile la modifica della domanda iniziale anche se attiene ai suoi elementi identificativi (causa petendi e petitum), purchè riguardi “la medesima vicenda sostanziale” originariamente dedotta in giudizio o sia ad essa collegata (anche da rapporto di connessione per c.d. “alternatività” o “per incompatibilità”).

Ebbene, le Sezioni Unite, precisando che tra i due indirizzi sopra visti non vi sia un reale contrasto, hanno ritenuto di dare seguito al secondo di essi, per la sua valenza sistematica; quest’ultimo, infatti, supera il criterio della immodificabilità degli elementi oggettivi della domanda (causa petendi e petitum) a favore della prospettiva di maggior respiro della “medesima vicenda sostanziale”, consentendo alla parte di svolgere, nello stesso giudizio, una domanda modificata più confacente al suo interesse. Esso risulta, pertanto, più rispettoso dei principi di economia processuale e di ragionevole durata del processo.

Pertanto, le SSUU, ritenendo che le domande di indebito arricchimento e di adempimento contrattuale attengono alla medesima vicenda sostanziale dedotta in giudizio ed al medesimo bene della vita (ossia ad una pretesa di contenuto patrimoniale) e sono in rapporto di connessione per “incompatibilità” anche normativamente prevista (visto il carattere sussidiario dell’azione di arricchimento ex art. 2042 c.c.), hanno statuito che la domanda di arricchimento senza causa (come proposta nel giudizio all’esame) configurasse una “domanda modificata” ai sensi del predetto indirizzo e come tale ammissibile.

Ebbene, l’evoluzione della giurisprudenza delle SSUU non può che essere accolta in senso favorevole, in quanto consente di escludere il rischio che la soddisfazione della richiesta giudiziaria possa essere compromessa da una scelta processuale rilevatasi non confacente allo scopo alla luce delle difese avversarie.

Avv. Rosanna Bisegna


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