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Con sentenza 10 settembre 2020, in causa C-363/19, la Corte di Giustizia è intervenuta nuovamente sull’interpretazione del regolamento CE n. 1924/2006 (regolamento claims) e sui rapporti fra lo stesso e la disciplina delle pratiche commerciali scorrette.

La questione di merito, sollevata dal giudice svedese, riguardava i cd. botanicals: ossia quegli estratti naturali tradizionalmente (e spesso effettivamente) dotati di proprietà salutistiche, che non stati (ancora) inclusi nell’elenco di cui al regolamento CE della Commissione n. 432/2012, contenente l’elenco delle indicazioni sulla salute prese in considerazione dal primo comma dell’art. 13 reg. 1924/2006 (indicazioni che fanno riferimento non alla prevenzione di un rischio di malattia, ma semplicemente all’effetto fisiologico di una certa sostanza nutritiva).

Come è noto, molti di questi botanicals hanno ricevuto una valutazione negativa da parte dell’EFSA, che non ha ritenuto adeguatamente dimostrato il rapporto di causalità fra l’assunzione della sostanza e l’effetto salutistico vantato. Nel 2012 la Commissione ha sospeso il giudizio, autorizzando – con il regolamento 432/2012 – un ampio numero di indicazioni salutistiche, nessuna delle quali relativa a botanicals, ma non procedendo ad una formale bocciatura delle indicazioni salutistiche di questi ultimi. Conseguentemente, tali indicazioni sono tuttora soggette al regime transitorio di cui all’art. 28 co. 5 regolamento 1924: possono essere utilizzate «sotto la responsabilità degli operatori alimentari, purché siano conformi al presente regolamento e alle vigenti disposizioni nazionali applicabili». Fra le norme del regolamento, ricorda la Corte con la sentenza della quale diamo qui notizia, vi sono quelle dell’art. 5 co. 1 lett. a (secondo la quale l’effetto salutistico attribuito alla sostanza nutritiva deve essere basato su «prove scientifiche generalmente accettate»), e dell’art. 6 co. 1, che ribadisce il medesimo concetto. Di qui la risposta della Corte al primo quesito sottopostole dal giudice svedese: se sia onere dell’operatore alimentare dimostrare l’esistenza dell’effetto rivendicato, o se sia piuttosto onere dell’autorità pubblica che contesta l’effetto attribuito dimostrarne l’inesistenza. Alla luce delle norme richiamate, la Corte ha affermato che l’onere della prova incombe sull’operatore del settore alimentare (né, stante il tenore di tali norme, avrebbe potuto decidere diversamente); ha peraltro chiarito che il regolamento non istituisce un regime di prova legale, ed anzi «non disciplina i tipi di prova e nemmeno le loro modalità di assunzione», che sono invece demandate ai vari diritti nazionali.

La seconda questione pregiudiziale riguardava i rapporti fra regolamento claims e direttiva sulle pratiche commerciali scorrette (dir. 2005/29). Qui la Corte ha ritenuto, sulla base di quanto disposto dall’art. 3 par. 3 della direttiva, che quest’ultima debba cedere il passo alle diverse disposizioni comunitarie relative agli aspetti sanitari e di sicurezza dei prodotti, con la conseguenza che in caso di conflitto fra le disposizioni del regolamento 1924/2006 e quelle della direttiva siano le prime a prevalere, in forza del principio di specialità.

Avv. Paolina Testa          


categoria:Pratiche commerciali scorrette e aggressive