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Il 19 gennaio scorso è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto interministeriale (a firma congiunta del Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e del Ministro dello Sviluppo Economico) 9 dicembre 2016 sull’indicazione dell’origine del latte.

Il decreto – che interviene in una materia disciplinata dal regolamento CE n. 1160/2011, e che per tale motivo è stato preventivamente notificato alla Commissione UE, ai sensi dell’art. 54 del regolamento – introduce l’obbligo di indicazione in etichetta dell’origine del latte. Tale obbligo vale per il latte venduto tal quale, e per i prodotti lattiero-caseari indicati nell’allegato 1 al decreto; non ricadono invece nel campo di applicazione del decreto i prodotti nella cui preparazione sia utilizzato il latte, ma che non appartengano alle categorie espressamente menzionate nell’allegato.

La pubblicazione del decreto è stata seguita dall’emanazione della circolare n. 29238 del 30 gennaio 2017 del Ministero dello Sviluppo Economico, mentre il MIPAF non ha partecipato alla redazione di detta circolare, né emanato una circolare autonoma: il che autorizza a chiedersi se gli organi di controllo facenti capo al MIPAF si uniformeranno o meno alle indicazioni contenute in detta circolare, che danno un’interpretazione integrativa di alcune delle disposizioni contenute nel decreto.

Il decreto, che riguarda solo l’etichettatura dei prodotti destinati al consumatore finale, rende obbligatoria l’indicazione sia del paese di mungitura del latte, sia del paese di confezionamento o di trasformazione dello stesso. Nel caso in cui i due paesi coincidano, è prevista un’indicazione semplificata (“origine del latte”, seguita dal nome del paese). E’ inoltre previsto che, quando le operazioni di mungitura e di confezionamento o trasformazione avvengano in più di un paese, sia possibile indicare l’origine del latte ricorrendo alle diciture semplificate “Paesi UE” oppure “Paesi non UE”.

In quanto introdotta da una norma nazionale, l’indicazione dell’origine del latte è obbligatoria solo per i prodotti fabbricati e commercializzati in Italia; non saranno quindi soggetti a tale obbligo né i prodotti fabbricati all’estero e commercializzati in Italia, indipendentemente dal fatto che essi siano o meno commercializzati anche in un altro paese dell’Unione Europea; né i prodotti fabbricati in Italia, ma destinati ad essere commercializzati esclusivamente all’estero.

Una questione delicata riguarda l’obbligo di indicazione dell’origine del latte per i prodotti lattiero- caseari indicati nell’allegato 1, che siano fabbricati all’estero e utilizzati in Italia come ingredienti di prodotti lattiero-caseari elencati anch’essi nell’allegato 1: ad esempio, per panna fabbricata all’estero che venga utilizzata in Italia per la produzione di formaggio. La circolare del MISE sopra indicata si esprime in senso decisamente negativo: “L’obbligo dell’indicazione di origine del latte non trova applicazione per il latte ed i prodotti lattiero-caseari di cui all’allegato 1 fabbricati all’estero che costituiscono ingredienti dei prodotti fabbricati in Italia, sia perché non destinati al consumatore finale (B2B), sia per il principio del mutuo riconoscimento, che rende impossibile estendere un obbligo ai produttori residenti al di fuori del territorio nazionale”. Si tratta però di uno dei punti in cui l’interpretazione del MISE, a mio avviso senz’altro esatta, potrebbe non essere condivisa dall’altro ministero firmatario del decreto, il MIPAF, il che suggerisce di adottare comunque criteri prudenziali.

Sono invece sicuramente esclusi dal campo di applicazione del decreto i formaggi fusi, a motivo del fatto che essi non sono menzionati nell’allegato 1 al decreto. La circolare del MISE prende espressamente posizione in questo senso, ed è sorretta, sul punto, dal testuale disposto dell’art. 1 del decreto (“le disposizioni del presente decreto […] si applicano a tutti i tipi di latte ed ai prodotti lattiero-caseari di cui all’allegato 1 […]”).

La violazione delle disposizioni contenute nel decreto è punita con la sanzione amministrativa prevista dall’art. 4 co. 10 legge n. 4/2011 (da 1.600 a 9.500 euro).

Il decreto entrerà in vigore dopo 90 giorni dalla pubblicazione, e i prodotti non conformi potranno essere commercializzati entro i successivi 180 giorni. Vale infine la pena di notare che il decreto ha valore dichiaratamente sperimentale, giacché si applicherà sino al 31 marzo 2019.

Avv. Paolina Testa


categoria:Attività d’impresaNews