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La Corte di Giustizia si è recentemente occupata delle condizioni di legittimità dell’obbligo di indicazione di origine del latte utilizzato come ingrediente di altro prodotto alimentare (sentenza 1° ottobre 2020, in causa C-485/18).

Il decreto francese n. 2016-1137, che impone tale obbligo, era stato impugnato da una società operante nel settore lattiero-caseario davanti al Conseil d’état, che aveva a sua volta sottoposto alla Corte una serie di questioni pregiudiziali, relative ai rapporti fra gli artt. 26, 38 e 39 del Regolamento n. 1169/2011 (in seguito, il Regolamento).

In primo luogo, si trattava di stabilire se la materia dell’indicazione obbligatoria del paese d’origine o del luogo di provenienza, disciplinata dall’art. 26 del Regolamento, fosse da considerarsi «espressamente armonizzata», e quindi sottratta alla potestà normativa degli Stati membri, ai sensi di quanto dispone l’art. 38. La risposta della Corte è stata tale da lasciare agli Stati membri ampi margini di manovra: ciò che l’art. 26 del Regolamento armonizza espressamente è l’indicazione obbligatoria dell’origine o provenienza nei casi in cui l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore, ma non in altri casi. Gli Stati membri hanno quindi facoltà di imporre l’indicazione dell’origine o provenienza in casi diversi da quelli contemplati dall’art. 26, purché ciò avvenga nel rispetto delle condizioni poste dall’art. 39 del Regolamento.

E veniamo, allora, all’individuazione delle condizioni di legittimità di una normativa nazionale che imponga l’obbligo in questione. Appurata nella specie l’esistenza di esigenze di tutela del consumatore (ai sensi del primo comma dell’art. 39), occorre chiarire che cosa intenda il secondo comma dello stesso articolo, quando richiede che l’indicazione obbligatoria dell’origine o provenienza di un ingrediente può essere disposta «solo ove esista un nesso comprovato tra talune qualità dell’alimento e la sua origine o provenienza»; e quando ulteriormente stabilisce che «al momento di notificare tali disposizioni alla Commissione, gli Stati membri forniscono elementi a prova del fatto che la maggior parte dei consumatori attribuisce un valore significativo alla fornitura di tali informazioni». Qui la Corte ha chiarito che si tratta di due requisiti distinti: uno preliminare e oggettivo, ossia l’esistenza di un nesso comprovato tra qualità dell’alimento e origine o provenienza dello stesso; e uno soggettivo, ossia il valore attribuito dalla maggior parte dei consumatori all’associazione fra qualità dell’alimento e origine o provenienza dello stesso.

Infine, la Corte è stata chiamata a pronunciarsi sul significato dell’espressione «qualità dell’alimento», e al riguardo ha chiarito che per tali devono intendersi le qualità intrinseche che distinguono l’alimento da tutti quelli similari, e non qualità per così dire estrinseche, come «la capacità dell’alimento di resistere al trasporto e ai rischi di alterazione nel corso del tragitto». In altri termini: la vicinanza fra luogo di produzione del latte e luogo di utilizzazione dello stesso non è una «qualità» del latte che possa giustificare l’imposizione dell’obbligo di indicarne origine o provenienza, quando utilizzato come ingrediente di un altro prodotto alimentare.

Alla luce delle precisazioni ora fornite dalla Corte, viene da chiedersi se tutte le condizioni di legittimità sopra indicate siano soddisfatte dal d.m. 9 dicembre 2016, che impone l’indicazione in etichetta dell’origine del latte e del latte usato come ingrediente per i prodotti lattiero – caseari «in via sperimentale» fino al 31 dicembre 2021.

Avv. Paolina Testa 


categoria:Pratiche commerciali scorrette e aggressive