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Il Tribunale di Verona ha espresso dei dubbi sulla compatibilità tra la mediazione obbligatoria prevista dal d.lgs. 28/2010 e la risoluzione alternativa delle controversie dei consumatori (ADR) prevista dal d.lgs. 130/2015 e ha ritenuto opportuno un intervento interpretativo della Corte di Giustizia.

Più esattamente, con ordinanza del 28.01.2016, il Tribunale ha rimesso alla Corte l’esame delle questioni pregiudiziali di interpretazione della direttiva UE 11/2013, cui il d.lgs. 130/2015 dà attuazione nell’ordinamento italiano, previa sospensione del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo pendente innanzi a sé, instaurato da due soggetti, qualificabili come consumatori, relativamente ad un contratto di apertura di credito in conto corrente con garanzia ipotecaria.

Secondo il pensiero del giudice veronese, rispetto alle controversie di consumo, vi sarebbe un concorso tra l’art. 5, comma 1bis, d.lgs. 28/2010 che riguarda la mediazione obbligatoria e l’art. 141, IV co., Codice del Consumo, novellato dal d.lgs. 130/2015, che riguarda l’ADR volontaria per i consumatori. Detto concorso andrebbe risolto a favore della mediazione, in virtù del disposto dell’art. 141, comma 6, d.lgs. 130/2015, che fa espressamente salve alcune disposizioni nazionali che prevedono l’obbligatorietà delle procedure di risoluzione extragiudiziale delle controversie, tra le quali appunto l’art. 5, comma 1bis, d.lgs. 28/2010. Tuttavia, questa soluzione – come osserva lo stesso Giudice – non convince fino in fondo, in quanto l’art. 3 della direttiva 2013/11 non risolve l’apparente interferenza tra l’ambito di applicazione della direttiva stessa e quello della direttiva 2008/52 in tema di mediazione, atteso che, al primo paragrafo, prevede espressamente la prevalenza della prima e, nel secondo paragrafo, fa salva la seconda, senza ulteriori precisazioni.

Può allora ritenersi che l’art. 1 della direttiva 2013/11, nella parte in cui assicura ai consumatori la possibilità di presentare reclamo nei confronti dei professionisti dinanzi ad appositi organismi di risoluzione alternativa delle controversie, vada interpretata come norma che osta ad una norma nazionale che imponga al consumatore il ricorso alla mediazione quale condizione di procedibilità e, in ogni caso, ad una norma nazionale che preveda per il consumatore che partecipi alla mediazione l’assistenza di un legale obbligatoria, nonché la possibilità di non partecipare alla mediazione se non in presenza di un giustificato motivo?

Questa è una delle questioni pregiudiziali formulate e sottoposte alla Corte di Giustizia. Restiamo dunque in attesa dell’intervento chiarificatore di quest’ultima per definire le sorti, in materia di consumo, dell’istituto della mediazione obbligatoria, che in effetti – per certi versi (tra cui i costi dell’assistenza legale) – appare incompatibile con la natura e la struttura delle liti consumeristiche.

Avv. Luciana Porcelli

 


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