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Il 26 luglio 2017 sono stati emessi dal Ministro delle politiche agricole e forestali due decreti che pongono a carico delle imprese alimentari operanti in Italia obblighi di indicazione dell’origine della materia prima non previsti dalle norme generali in materia di etichettatura dei prodotti alimentari contenute nel regolamento CE n. 1169/2011.

Il primo decreto (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 16 agosto, e destinato ad entrare in vigore dopo 180 dalla pubblicazione) riguarda il riso, che dovrà recare in etichetta le seguenti indicazioni ulteriori: “Paese di coltivazione del riso”, “Paese di lavorazione”, “Paese di confezionamento”.

Il secondo decreto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del giorno successivo, e destinato anch’esso ad entrare in vigore dopo 180 giorni, riguarda la pasta, che dovrà recare in etichetta le seguenti indicazioni ulteriori: “Paese di coltivazione del grano” e “Paese di molitura”.

Ovviamente, in ossequio al principio di libera circolazione delle merci all’interno della UE, e a motivo dell’esistenza di una normativa europea in materia di etichettatura degli alimenti (il già ricordato Regolamento CE n. 1169/2011), entrambi i decreti “non si applicano ai prodotti legalmente fabbricati o commercializzati in un altro stato membro dell’Unione Europea”; essi inoltre non si applicano neppure ai prodotti legalmente fabbricati e commercializzati in un paese terzo. In conclusione: si applicano solo ai prodotti fabbricati in Italia.

Norme analoghe erano stata emanata, qualche mese prima, con riferimento al latte e ai prodotti lattiero-caseari, per i quali il d.m. 9 dicembre 2016 (entrato in vigore nel successivo mese di marzo) impone di indicare in etichetta il “Paese di mungitura” e il “Paese di condizionamento o di trasformazione”. Ancora una volta, la norma riguarda solo i prodotti fabbricati in Italia, poiché non si applica ai prodotti “legalmente fabbricati o commercializzati in un altro stato membro dell’Unione Europea o in paese terzo”.

Sfugge, francamente, la ragione di queste disposizioni. Necessità di informazione del consumatore? Ma la materia dell’etichettatura dei prodotti preconfezionati è disciplinata uniformemente a livello europeo, e i casi in cui è obbligatorio indicare il Paese d’origine dell’ingrediente primario di un prodotto alimentare sono individuati dall’art. 26 del Regolamento 1169/2011. Volontà di proteggere l’agricoltura italiana, sul presupposto che indicare l’origine italiana dell’ingrediente (latte, pasta, riso) sia in qualche modo premiante, facendo presumere una miglior qualità della materia prima? Forse, ma sta di fatto che un’impresa che produce in Italia e utilizza riso tailandese o grano ucraino o latte polacco è obbligata a indicarlo, un’impresa che produce in un qualsiasi paese estero no.

Ma non basta. Nel maggio scorso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha trionfalmente annunciato che si è perfezionata con successo la procedura di notifica alla Commissione UE dell’art. 17 legge n. 161/2014, secondo il quale le aranciate prodotte in Italia e destinate ad essere commercializzate nel nostro paese devono avere un contenuto di succo di arancia non inferiore a 20 g per 100 g. Chi non produce in Italia, invece, deve rispettare il limite, notevolmente più basso, di 12 g di succo di arancia per 100 g di prodotto. Mi chiedo per quale motivo una multinazionale che vende in Italia ma ha stabilimenti produttivi anche all’estero deve continuare a produrre in Italia, affrontando costi superiori che rischiano di renderla non competitiva sul mercato.

L’ultima chicca è di qualche giorno fa. Secondo le notizie riportate dalla stampa il 15 settembre, il governo ha ottenuto il via libera dalla Commissione UE sul decreto delegato che introduce – ancora una volta, per le sole imprese operanti in Italia – l’obbligo di indicazione dello stabilimento di produzione o di confezionamento, come previsto dalla legge delega europea 2015 (art. 5 legge n. 170/2016).

In conclusione: ci troviamo di fronte ad una serie di norme che forse promuovono, in maniera molto limitata, la trasparenza e l’informazione del consumatore; ma che sicuramente penalizzano l’industria italiana, costretta ad adempimenti più gravosi rispetto ad altre imprese che operano sul mercato nazionale e che, per il fatto di produrre all’estero, non devono sottostare alle stesse norme. In termini legali, c’è da chiedersi se tutto ciò rispetti il principio di eguaglianza (art. 3 Cost.). In termini di politica economica, c’è da chiedersi se non sia una follia.

Avv. Paolina Testa


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