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La Corte di Cassazione, con ordinanza emessa in data 7 novembre 2019 (ma pubblicata in data 6 febbraio 2020) ha statuito che l’invito del giudice alle parti ad avviare la procedura di mediazione prevista dal D. Lgs. N. 28/2010 deve ritenersi valido, anche se non sia in esso indicato il termine fisso di quindici giorni previsto all’art. 5, II comma, di detta normativa per avviare la procedura e sia stato anche omesso il richiamo alla predetta disposizione di legge. Ciò in quanto, secondo la Corte, proprio il fatto che la norma preveda tale termine, la sua mancata menzione nel provvedimento di invito non creerebbe alcuna incertezza nelle parti, costituendo, al più, una mera irregolarità. Stesso discorso per il mancato richiamo della norma, in quanto sarebbe comunque “chiara l’intenzione del giudice di avviare le parti alla specifica procedura di conciliazione prevista dal D. Lgs. N. 28/2010”. la Suprema Corte, oltre ad escludere che il protocollo sottoscritto tra il Tribunale di Bologna (Foro della causa di merito) e l’Ordine degli avvocati di Bologna (ove si prevede che il giudice specifichi che la domanda di mediazione debba essere presentata nel termine di 15 giorni dalla pronuncia dell’invito) possa inficiare la conclusione cui è pervenuta (e ciò a motivo della natura non vincolante del richiamato protocollo), ha altresì rilevato come il provvedimento del giudice avesse comunque raggiunto il suo scopo (con conseguente efficacia sanante del vizio di omessa indicazione del termine), avendo il ricorrente dichiarato, durante il giudizio di appello, di non aver attivato la mediazione in quanto inutile e, dunque, avendo egli dato atto di aver compreso di essere stato onerato dell’avvio della procedura. La pronuncia della Corte è condivisibile in ogni suo aspetto e manifesta, ancora una volta, il favor nei confronti della procedura di mediazione, ovverosia di un strumento di risoluzione delle controversie alternativo a quello giudiziale, che ritengo vincente, sia per l’effetto deflattivo del carico giudiziario che il ricorso allo stesso comporta, sia soprattutto per l’opportunità di autodeterminazione che con esso viene offerta alle parti anche nella fase patologica del rapporto. L’autodeterminazione comporta responsabilizzazione del risultato ottenuto attraverso la procedura di mediazione (sia esso accordo ovvero non accordo) e consente alle parti di sondare i reali interessi e bisogni che si nascondono dietro le reciproche richieste posizionali (i diritti), in modo da cercare soluzioni creative al problema, andando oltre la logica avversariale, cioè vedendo l’altra parte non come un “nemico” da vincere, da piegare alle nostre ragioni, ma come un’imprescindibile risorsa per trovare un accordo soddisfacente e realmente sostenibile anche nella sua fase esecutiva. Auspico che, in futuro, questo diventi l’approccio più immediato e naturale per gestire le controversie. Dobbiamo sempre ricordare che i conflitti non si possono evitare, perché sono insiti nella natura relazionale dell’esistenza umana, ma che è possibile adottare modalità diverse e più efficaci e più soddisfacenti di affrontarli e risolverli, ad iniziare da quelli che si manifestano nell’ambito personale della vita di ciascuno di noi.

Avv. Rosanna Bisegna

 


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