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È di pochi giorni fa la notizia della pesante condanna (3 milioni di euro) comminata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato a WhatsApp, nota società che fornisce servizi di messaggistica istantanea. L’AGCM, con provvedimento dell’11 maggio, ha accertato la natura di pratica commerciale scorretta delle modalità con cui WhatsApp ha indotto i suoi utenti ad accettare le modifiche dei Termini di utilizzo dell’applicazione, modifiche avvenute nell’agosto 2016.

Il provvedimento è particolarmente interessante, non solo per l’entità della sanzione e la notorietà del professionista, ma per la fattispecie sottoposta all’esame dell’Autorità. Nell’agosto del 2016 WhatsApp aveva aggiornato i termini di utilizzo della propria applicazione. La modifica più importante riguardava la condivisione dei dati personali degli utenti, a fini pubblicitari e di profilazione commerciale, con Facebook che qualche tempo prima aveva acquistato la società di messaggistica istantanea. In realtà, a coloro che erano già utenti dell’applicazione veniva data la possibilità di accettare solo parzialmente le modifiche, in particolare decidendo di non condividere le informazioni del proprio account con Facebook. L’esistenza di tale opzione  non veniva comunicata agli utenti nella schermata dedicata all’accettazione dei nuovi termini, in cui l’accettazione integrale veniva presentata come necessaria per continuare ad usare il servizio. Per opporsi alla condivisione dei propri dati l’utente doveva raggiungere una pagina secondaria – accessibile attraverso un link che rimandava alla lettura integrale dei termini e condizioni – in cui si poteva “deflaggare” l’opzione di condivisione.

Particolarmente interessanti paiono le considerazioni svolte dall’Autorità in merito alle difese preliminari del professionista. WhatsApp eccepiva infatti l’incompetenza dell’AGCM, a causa della pendenza della medesima questione avanti ad un’Autorità Garante europea in materia di privacy. In secondo luogo sosteneva  l’inapplicabilità del Codice del Consumo alla fattispecie,  dato che a suo avviso l’acquisizione del consenso non costituirebbe una pratica commerciale, poichè i dati personali degli utenti non avrebbero valore economico.

Con riferimento all’eccezione di incompetenza, l’Autorità ha anzitutto ricordato che il fatto che alla condotta della parte sia applicabile il Codice della Privacy non esonera la stessa dal rispettare anche le norme in materia di pratiche commerciali scorrette (come già affermato con il provvedimento n. 26387 del 25 gennaio 2017, di cui abbiamo parlato nella newsletter 3/2017). Ha inoltre rilevato che il procedimento riguardava una condotta non prevista dal Codice della Privacy. Passando poi ad esaminare la seconda delle eccezioni preliminari, l’Autorità ha affermato che il patrimonio informativo costituito dai dati degli utenti di WhatsApp, utilizzato per la profilazione degli stessi ad uso commerciale, proprio per l’uso che ne viene fatto acquista un valore economico, idoneo pertanto a creare un rapporto di consumo tra il professionista e l’utente. Per quanto riguarda la valutazione nel merito, il fatto di aver paventato l’impossibilità di continuare ad usare WhatsApp agli utenti che non avessero accettato le nuovi condizioni d’uso ha costituito un indebito condizionamento, data l’importanza che riveste questo sistema di comunicazione.

L’unica consolazione per gli utenti di WhatsApp  è che la società ha dichiarato di aver temporaneamente sospeso, nel territorio dell’Unione, la condivisione dei dati dei suoi utenti con Facebook, fatto che è stato considerato dall’Autorità come attenuante.

Avv. Chiara Pappalardo


categoria:NewsPratiche commerciali scorrette e aggressive