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Nei giorni scorsi il Comitato Europeo per la Protezione dei Dati ha trasmesso il proprio parere alla Commissione Europea, su richiesta di questo organo istituzionale, in relazione all’utilizzo di app di tracciamento dei contatti nell’ambito della lotta al Covid-19.

Le app oggetto del parere in questione permetterebbero l’acquisizione dei dati sull’interazione del soggetto risultato positivo alla malattia con altri soggetti, per individuarne gli eventuali contatti; tali contatti riceverebbero una segnalazione dalla app in modo da mettersi in quarantena ed effettuare a loro volta i test per accertare se sono stati contagiati o meno. Innanzitutto, il Comitato ha posto l’accento sulla necessità di effettuare una preventiva valutazione d’impatto per la protezione dei dati per verificare e documentare se i trattamenti in questione rispettino i principi di privacy by design e by default dettati dalla normativa privacy. Inoltre, il codice sorgente di queste app dovrebbe essere pubblico così da essere facilmente accessibile alla comunità scientifica.

I cittadini europei potranno scaricarle sui propri cellulari volontariamente senza alcuna costrizione o condizionamento di alcun tipo, inammissibili in Paesi democratici come i nostri; ciò però non significa che la base giuridica per il trattamento dei loro dati debba essere costituita dal consenso. Infatti, i soggetti pubblici, titolari del trattamento, in virtù di una legge di copertura emanata ad hoc potrebbero invocare l’interesse pubblico alla tutela della salute. Per rispettare i principi di minimizzazione e proporzionalità, dovrebbero essere evitati sistemi di geo-localizzazione degli utenti (come, per esempio, attraverso il GPS). In alternativa, si potrà far ricorso a tecniche meno invasive, quali ad esempio, gli ID bluetooth (come suggerito dal nostro stesso Garante), che similmente ai cookie permettono di identificare i dispositivi in uso agli utenti.

Le differenze tra i due sistemi di tracciamento non sono di poco conto. Gli ID bluetooth permettono di sapere se i cellulari (e quindi le persone che li possiedono) sono entrati in contatto tra di loro, mentre con il GPS sarebbe anche possibile individuarne esattamente la posizione geografica, con un controllo evidentemente più penetrante e massivo. Le app non dovranno rendere possibile alcuna identificazione anagrafica degli utenti che, in caso di effettuazione dei test, sotto stretta sorveglianza delle competenti autorità sanitarie, potranno eventualmente scansionare un codice per segnalare agli altri utenti della app la positività o negatività al coronavirus. I dati raccolti potranno essere archiviati sia all’interno dei dispositivi degli utenti, sia in un server centralizzato, ma andranno conservati per un periodo di tempo limitato, tenendo in considerazione la temporaneità e provvisorietà della finalità del trattamento e dello stato di emergenza dovuto alla pandemia; successivamente i dati andranno cancellati o anonimizzati.

Ad avviso del Comitato gli algoritmi utilizzati per il tracciamento dei contatti dovrebbero operare sotto la stretta vigilanza di personale qualificato al fine di limitare i falsi positivi e i falsi negativi; in nessun caso le “indicazioni di comportamento” dovrebbero scaturire da processi esclusivamente automatizzati. Bisognerebbe anche mettere a disposizione delle persone un numero di telefono o un canale di contatto dedicato che permetta di ricevere maggiori informazioni da un agente umano.

Successivamente al parere in questione, il Comitato ha pubblicato le proprie linee guida sulle app di tracciamento consultabili al seguente link, in cui sono fra l’altro ribaditi i principi sopra espressi e in cui sono fornite alcune direttive per gli sviluppatori di queste app.

Concludendo questo articolo non possiamo tacere i dubbi sollevati da più parti sull’efficacia reale e sull’utilità di questi strumenti. Secondo gli scienziati queste app per essere veramente efficaci nel contrasto alla diffusione del virus dovrebbero essere utilizzate da almeno il 60-70 % della popolazione e soprattutto dai soggetti più esposti ai rischi di contagio, come gli anziani, che purtroppo non hanno alcuna familiarità e dimestichezza con queste nuove tecnologie. Dovrebbero essere inoltre disponibili e facilmente accessibili a tutti i tamponi e i test sierologici rapidi di diagnosi della malattia, ma per ora i tamponi sono insufficienti e i test non sono stati ancora validati dalla comunità scientifica.

Mentre questo articolo viene scritto, abbiamo anche appreso dai giornali che il nostro Governo ha prescelto la app “Immuni” fra le varie opzioni disponibili, ritenendola di ausilio soprattutto per la fase di ripartenza (c.d. fase 2) delle attività economiche e imprenditoriali del Paese.

Staremo a vedere, fiduciosi come sempre nelle armi che la medicina, la scienza e la tecnologia metteranno a disposizione per il benessere di tutti.

Avv. Santina Parrello


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