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La Corte di Cassazione è nuovamente intervenuta in materia di responsabilità risarcitoria dell’amministratore per i danni cagionati alla società di capitali amministrata, precisando ulteriormente la portata dei principi da essa espressi e ormai consolidati.

Come noto, l’art. 2392 c.c. stabilisce che gli amministratori (della società per azioni) rispondono dei danni quando contravvengono ai “doveri ad essi imposti dalla legge o dallo statuto con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico e dalle loro specifiche competenze”. L’art. 2476 c.c. prevede la medesima responsabilità per gli amministratori di società a responsabilità limitata, senza però operare alcun richiamo al criterio di diligenza (è tuttavia, opinione diffusa tra gli operatori del diritto che tale criterio debba guidare la valutazione dell’operato dell’amministratore anche di questo tipo di società di capitali).

Ma quando tale inadempimento può ritenersi esistente?

Con la sentenza n. 7545 del 27.03.2018, la Suprema Corte, richiamando sue precedenti pronunce (Cass. 12.02.2013 n. 3409 e Cass. 2.02.2015, n. 1783; ma ricordiamo anche la più recente 22.06.2017 n. 15470) ha ribadito che “all’amministratore di una società non può essere imputato, a titolo di responsabilità, di aver compiuto scelte inopportune dal punto di vista economico, atteso che una tale valutazione attiene alla discrezionalità imprenditoriale e può pertanto eventualmente rilevare come giusta causa di sua revoca, ma non come fonte di responsabilità contrattuale nei confronti della società”. In sostanza, la Corte riafferma il principio della insindacabilità del merito delle scelte di gestione dell’amministratore (cd. business judgement rule), con la conseguenza che il giudizio sulla diligenza dell’amministratore “non può mai investire le scelte di gestione o le modalità e circostanze di tali scelte, anche se presentino profili di rilevante alea economica, ma solo la diligenza mostrata nell’apprezzare preventivamente i margini di rischio connessi all’operazione da intraprendere, e quindi, l’eventuale omissione di quelle cautele, verifiche e informazioni normalmente richieste per una scelta di quel tipo, operata in quelle circostanze e con quelle modalità” .

In applicazione di tale principio, la Suprema Corte ha accolto il ricorso presentato dall’amministratore di una società a responsabilità limitata condannato a risarcire il Fallimento della società amministrata, ritenendo  non configurabile una sua responsabilità risarcitoria a motivo del fatto che “la gestione non è stata caratterizzata da un’adeguata programmazione economico-finanziaria”, come invece aveva stigmatizzato la Corte d’Appello, e ciò in quanto tale giudizio sarebbe stato sorretto da una valutazione del tutto generica e, quindi, tale da eludere i sopra richiamati principi.

Avv. Rosanna Bisegna


categoria:Attività d’impresaNews