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Il mese di aprile si è aperto con una pronuncia significativa della Corte di Cassazione, la sentenza n. 10912 dell’1.4.2020, concernente l’impiego di etichette “Made in Italy” su prodotti confezionati all’estero.

In particolare la condotta oggetto del giudizio consisteva nell’apposizione da parte del distributore italiano, su capi di abbigliamento confezionati da una società bulgara, di etichette che richiamavano l’italianità del prodotto, quali a titolo esemplificativo “Fabric Made in Italy […]”, “[…]. – Roma – Made in UE”, “[…]- Napoli Made in U.E.”, nonché l’impiego di diversi accessori raffiguranti i colori della bandiera italiana, unitamente a scritte come “Gutteridge Italia”, “Desiree Napoli” e simili sulle grucce, “[…] 100% Made in Biella”, “[…] Fabric Tessuto italiano – Made in Italy”.

Mentre il tribunale aveva ravvisato nella fattispecie il reato di vendita di prodotti con segni mendaci, ex art. 517 cod. pen., in secondo grado i giudici avevano proceduto alla riqualificazione del fatto, ai sensi dell’art. 16, comma 4, D.L. 25 settembre 2009, n. 135 (conv. con modifiche dalla L. 20 novembre 2009, n. 166).

La sentenza della Cassazione è interessante per il ragionamento effettuato dalla Corte a seguito del rilievo dedotto dall’imputata concernente la violazione di legge.

In particolare secondo la ricorrente l’art. 16 comma 4, d.l. n. 25 settembre 2009 n. 135, trova applicazione esclusivamente nelle ipotesi in cui vengono apposte indicazioni del tipo “full made in Italy” o “100 % made in Italy” o altre espressioni similari sulla merce non interamente disegnata, progettata, lavorata e confezionata nel nostro Paese. Non può pertanto trovare applicazione qualora la stampigliatura faccia riferimento al semplice “made in Italy“, poiché in questo caso il fatto può, al più, essere qualificato come violazione dell’art. 4, comma 49, I. n. 350/2003. Tale disposizione è volta a punire, ai sensi dell’art. 517 c.p., la condotta consistente nell’impiego della stampigliatura “made in Italy” su prodotti e merci non originari dall’Italia in base alla normativa europea sull’origine. La ricorrente precisava di conseguenza che, nell’ottica del predetto art. 4, non sussisteva reato poiché i capi in questione erano stati solo confezionati in Bulgaria, circostanza inidonea a radicare l’origine territoriale in base all’art. 38 Reg. CE.

A corroborare la propria linea difensiva la ricorrente asseriva altresì di aver posto in essere una condotta quanto più trasparente possibile avendo inserito una doppia etichetta, una sulla manica relativa al tessuto italiano e l’altra all’interno relativa alle ditte distributrici.

Di fronte a tali contestazioni la Corte ha osservato che è proprio nell’insieme degli accorgimenti adoperati che era ravvisabile l’elemento doloso di cui all’art. 16 comma 4, d.l. n. 25 settembre 2009 n. 135. Era indubbio che l’imputato intendesse far apparire i capi come interamente prodotti in Italia. Banalmente, la sovrabbondanza di etichette che richiamano alcune città italiane (Napoli, Roma, Biella), l’indicazione “made in UE”, l’impiego del termine “fabric”, i colori della bandiera italiana e molti altri espedienti utilizzati alludevano alla fabbricazione dei prodotti nel nostro Paese.

Non è pertanto richiesta, ai fini dell’applicazione dell’articolo in questione, la presenza dell’indicazione “100% Made in Italy” o “full made in Italy”, essendo, al contrario, necessario e sufficiente che la condotta posta in essere sia inequivocabilmente diretta a far apparire i prodotti come realizzati in Italia. E così è stato.

L’attitudine ingannatoria della condotta in esame emerge in tutta la sua evidenza se solo si consideri che l’importanza che il confezionamento avvenga in Italia, al fine dell’apposizione dell’etichettatura made in Italy, deriva proprio dal fatto che nel settore dell’abbigliamento il nostro Paese gode di un prestigio internazionale, fondato anche sulla particolare specializzazione delle maestranze impiegate. Pertanto fornire fallaci indicazioni ha l’intento di conferire al prodotto una maggiore affidabilità, promuovendone l’acquisto.

Dott.ssa Eleonora Carletti.

 


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