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LA BATTAGLIA DEI TUTOR.

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Il 14 agosto, giusto in tempo per il controesodo delle vacanze estive, è stata depositata la sentenza (n. 21405) con la quale la Cassazione ha di fatto consentito ad Autostrade per l’Italia S.p.A. la riaccensione dei rilevatori di velocità dei veicoli, noti come Tutor, oggetto di una lunga e complessa controversia brevettuale.

La vicenda ha origine nel 1999, quando la S.r.l. C.R.A.F.T. – una piccola azienda di Greve in Chianti – brevetta un sistema del controllo della velocità media e lo presenta alla Polizia stradale e ad Autostrade. Quest’ultima non sembra interessata, mentre lo è la Polizia stradale. Quindi C.R.A.F.T. va avanti con la messa a punto del sistema, quando – come un fulmine a ciel sereno – Autostrade annuncia di aver inventato e brevettato un rivoluzionario sistema per il controllo della velocità media.

Siamo nel 2006 e parte la lunga traversia processuale. C.R.A.F.T. cita in giudizio Autostrade, davanti al Tribunale di Roma, chiedendo: l’accertamento della nullità della domanda di brevetto presentata da Autostrade e relativa a “sistema di rilevamento della velocità di autoveicoli e simili, particolarmente per tratte autostradali” denominato Tutor, per difetto di novità ed originalità, avendo riguardo al proprio brevetto industriale per invenzione consistente in un sistema di sorveglianza e controllo del traffico veicolare su strade e autostrade; l’accertamento della contraffazione del brevetto di sua proprietà posta in essere dalla convenuta con la messa in opera sulle autostrade del predetto sistema di rilevazione della velocità; l’inibitoria della prosecuzione dell’attività contraffattiva, con previsione di una penale in caso di inosservanza delle prescrizioni da adottare; il risarcimento del danno, quantificato in € 1.800.000,00 o nel diverso importo di giustizia. Costituitasi in giudizio, Autostrade chiede dichiararsi la nullità del brevetto registrato da C.R.A.F.T., oltre al rigetto delle altre domande di quest’ultima. Tutte le domande delle parti vengono rigettate dal Tribunale.

Interposto gravame, la Corte di appello di Roma respinge sia l’appello principale di C.R.A.F.T., che quello incidentale di Autostrade.

Viene quindi adita la Corte di Cassazione che, in accoglimento del ricorso incidentale di C.R.A.F.T., rileva come la decisione della Corte di appello circa la ritenuta inesistenza della contraffazione del brevetto di quest’ultima fosse carente sul piano motivazionale.

Riassunta la causa innanzi alla Corte di appello di Roma, la sentenza di primo grado viene riformata e viene accertata la lamentata contraffazione brevettuale; viene tuttavia respinta la domanda risarcitoria di C.R.A.F.T.. Nel merito, la Corte osserva che l’idea inventiva del brevetto C.R.A.F.T. è costituita dall’accertamento della velocità media mantenuta da un veicolo, identificato tramite la targa posteriore per mezzo di sensori di rilevamento posizionati su una porta di entrata e una porta di uscita con collegamento ed elaborazione elettronica dei dati rilevati, idea pedissequamente riprodotta nel brevetto di Autostrade. In entrambi i casi viene infatti in questione il collegamento telematico tra due stazioni. Né può fare la differenza la scelta del sistema adottato da Autostrade (sistema di rilevamento sulla base di spire induttive, basato su campi magnetici, invece che sulla base di spire virtuali, basato su raggi luminosi). Infatti, dalle norme UNI prodotte in causa emerge con chiarezza che l’uso alternativo di spire virtuali e di spire induttive per la rilevazione dei dati del traffico fosse conosciuto e praticato già nel 1999, il che – secondo la Corte di appello – fa apparire del tutto banale e privo di necessaria originalità il sistema adottato da Austostrade. Tuttavia, ancora una volta, la domanda risarcitoria di C.R.A.F.T. viene rigettata, in quanto ritenuta non sufficientemente provata.

E’ proprio questa sentenza di appello (n. 2275 del 10.04.2018) che è stata oggetto del giudizio di Cassazione conclusosi ad agosto u.s. con la sentenza n. 21405. La Cassazione, in accoglimento del ricorso proposto da Autostrade, sostiene che la Corte di appello abbia basato il proprio convincimento su un criterio errato. In base a quanto costituiva ormai un accertamento coperto dal giudicato interno, la Corte avrebbe dovuto associare la validità del brevetto C.R.A.F.T al metodo che permette la rilevazione tergale e non al sistema che consente di calcolare la velocità media dei veicoli. Il tema allora si sposta sull’effettiva possibilità di ritenere contraffattivo, rispetto al sistema ottico previsto dal brevetto C.R.A.F.T., il metodo elaborato da Autostrade diretto al rilevamento dei passaggi a mezzo delle spire induttive, tenendo conto della teoria degli equivalenti, secondo la quale le varianti diverse da quelle espressamente rivendicate sono ricomprese nell’ambito di protezione del brevetto se vengono immediatamente all’attenzione dell’esperto del ramo e sono, perciò, da considerarsi evidenti. Poiché l’elemento di novità e di livello inventivo del brevetto C.R.A.F.T. è costituito dal particolare modalità di rilevamento “tergale” del veicolo, una particolare modalità di tale rilevamento tergale estranea alle rivendicazioni del brevetto registrato da C.R.A.F.T. – come quella di Autostrade (sistema a spire induttive o magnetiche) – non potrà costituire una variante da apprezzare in termini di equivalenza, ma integrerà piuttosto una diversa soluzione del medesimo problema tecnico. Peraltro, secondo la Cassazione, le norme ISO su cui la Corte ha fondato la proprie osservazioni sull’uso alternativo di spire induttive – e dunque sulla banalità del sistema utilizzato da Autostrade – scontavano un vizio procedurale: erano state acquisite dopo lo spirare dei termini per le produzioni istruttorie ed erano perciò inammissibili.

La sentenza di appello impugnata è stata dunque cassata, con rinvio alla stessa Corte di appello di Roma, in diversa composizione, che dovrà accertare se vi è stata contraffazione facendo applicazione del seguente principio di diritto: “la contraffazione per equivalenti ricorre in presenza della soluzione di un problema tecnico attuata attraverso invenzioni che presentino elementi delle rivendicazioni muniti di equivalenza, non in presenza della sola identità del problema suscettibile di essere superato con soluzioni tra loro diverse”.

Ho letto sul web che Romolo Donnini, titolare della C.R.A.F.T., nel commentare la prima sentenza della Cassazione a sé favorevole, dichiarò in un’intervista: “qui non dobbiamo vincere una partita o segnare un gol, qui stiamo combattendo una battaglia”. Ebbene, a distanza di tanti anni, si può dire che la battaglia non è ancora finita.

Avv. Luciana Porcelli


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