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IMMAGINE TESTA Con sentenza 12 settembre 2019, resa nella causa C-683/17, la Corte di Giustizia è intervenuta sulle condizioni alle quali può essere subordinata la tutela d’autore dei disegni e modelli, con una sentenza potenzialmente suscettibile di avere effetti anche sul sistema italiano.

La questione prende le mosse da una controversia pendente avanti i giudici portoghesi, relativa alla pretesa violazione del diritto d’autore su alcuni modelli di jeans, felpe e magliette. La legge portoghese (art. 2 del codice del diritto d’autore e diritti connessi) accorda la tutela d’autore alle «opere d’arte applicata, disegni e modelli industriali e opere di design che costituiscano una creazione artistica, indipendentemente dalla tutela della proprietà industriale». Nel dare attuazione all’obbligo di estendere la protezione del diritto d’autore anche ai disegni e modelli, previsto dall’art. 17.1 della direttiva 98/71 in materia, il Portogallo ha dunque adottato la soluzione del cumulo parziale, come era libero di fare ai sensi dell’art. 17.2. La scelta portoghese appare quindi non diversa da quella del legislatore italiano, che nel dare attuazione alla direttiva ha riconosciuto la tutela autorale alle sole «opere del disegno industriale che presentino di per sé carattere creativo e valore artistico» (art. 2 n. 10 legge sul diritto d’autore).

Della nozione di «creazione artistica» i giudici portoghesi hanno dato un’interpretazione legata all’effetto estetico, e dunque a un’impressione soggettiva: come emerge dal quesito sottoposto alla Corte di Giustizia: che riguarda la conformità all’art. 2 lettera a) della direttiva 2001/29 sull’armonizzazione di alcuni aspetti del diritto d’autore (cd. direttiva INFOSOC) della norma nazionale sopra riportata, in quanto questa garantisce la protezione d’autore a opere d’arte applicata, disegni e modelli industriali e opere di design «che, al di là del loro fine utilitario, producono un effetto visivo loro proprio e rilevante dal punto di vista estetico».

La risposta della Corte, sulla base della sua precedente giurisprudenza, è stata negativa. Pur affermando che il principio del cumulo parziale introdotto dalla direttiva sui disegni e modelli è fatto esplicitamente salvo dalla successiva direttiva INFOSOC, la Corte ha ribadito la sua precedente giurisprudenza secondo la quale la nozione di opera protetta dal diritto d’autore «implica necessariamente l’esistenza di un oggetto identificabile con sufficiente precisione e oggettività»; e che, per contro, «non risponde all’esigenza di precisione e oggettività richiesta [dall’art. 2 lett. a) direttiva INFOSOC] un’identificazione che si fondi essenzialmente su sensazioni, intrinsecamente soggettive Di conseguenza, conclude la Corte, non è conforme al diritto UE una normativa nazionale che subordini la tutela d’autore di opere del disegno industriale (come i modelli di capi di abbigliamento) alla condizione che gli stessi producano «un effetto visivo loro proprio e rilevante da un punto di vista estetico».

Nelle prime reazioni a caldo successive alla pubblicazione della sentenza ci si è chiesti se la stessa imponga il cumulo totale fra protezione d’autore e protezione industrialistica dei disegni e modelli, sulla base del  principio francese dell’unité de l’art. A questa domanda direi che si deve rispondere negativamente, dal momento che la Corte riconosce non solo la perdurante validità del principio del cumulo parziale, come già osservato, ma riconosce anche espressamente che protezione industrialistica e tutela del diritto d’autore rispondono a finalità diverse.

Ci si è anche chiesti se la sentenza della Corte metta in dubbio la conformità al diritto UE della soluzione accolta dall’art. 2 n. 10 della nostra legge sul diritto d’autore, e qui la risposta deve essere più cauta. Mi sembra però di poter dire che le critiche della Corte si sono appuntate soprattutto sulla interpretazione soggettiva del concetto di «creazione artistica» adottata dai giudici portoghesi, nel senso illustrato sopra. La giurisprudenza italiana, per contro, ha costantemente ancorato il requisito del «valore artistico» a parametri oggettivi, e non alla valutazione soggettiva dell’interprete: premi e riconoscimenti da parte del settore, apprezzamento da parte di riviste specializzate, esposizione in musei e collezioni, e via dicendo. Se il problema è questo – oggettività o soggettività dei criteri ai quali ancorare il giudizio sul «valore artistico» – allora la normativa italiana può sopravvivere alla sentenza della Corte.

Avv. Paolina Testa 


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