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La dicitura “made in Italy” può essere utilizzata in relazione ad un prodotto alimentare fabbricato in Italia, ma con ingredienti provenienti da altri paesi? E in relazione ad un prodotto che presenti queste caratteristiche, possono essere utilizzati simboli di italianità, come il tricolore, o marchi italiani?

Si tratta di domande che da lungo tempo agitano il settore alimentare. La legge nazionale (art. 4 legge 24 dicembre 2003, sul punto modificata da ultimo con legge n. 134/2012), in termini generali, considera “falsa indicazione di provenienza” l’uso dell’indicazione “made in Italy” per prodotti che non siano di origine italiana ai sensi della normativa europea sull’origine; tale normativa, come è noto, assume come criterio determinante dell’origine quello dell’ultima trasformazione sostanziale: un prodotto è originario del paese in cui ha subito l’ultima trasformazione sostanziale. La stessa legge considera “fallace indicazione di provenienza” l’uso del marchio con modalità tali da far ritenere che il prodotto o la merce siano di origine italiana quando in realtà non lo sono, a meno che non vengano fornite al consumatore indicazioni “precise ed evidenti”, e comunque “sufficienti ad evitare qualsiasi fraintendimento” circa l’origine estera del prodotto. Per i prodotti alimentari però vale una regola particolare, giacché “per effettiva origine si intende il luogo di coltivazione o di allevamento della materia prima agricola utilizzata nella produzione e nella preparazione dei prodotti e il luogo in cui è avvenuta la trasformazione sostanziale” (art. 4, co. 49-bis). Un duplice criterio, dunque: non rileva solo il luogo di trasformazione sostanziale, ma il luogo di origine della materia prima agricola. Quale materia prima agricola? In un prodotto che abbia tre, o quattro, o dieci ingredienti di origine agricola (come è la normalità dei casi), devono essere tutti di origine italiana? E nel caso in cui ciò non accada, l’uso di marchi o simboli che comunichino l’italianità del prodotto sarà lecito solo a condizione di indicare l’origine estera di tutti gli ingredienti?

Una chiara indicazione viene dal regolamento CE n. 1169/2011 sulle informazioni al consumatore. L’art. 26 stabilisce che quando il paese di origine o il luogo di provenienza di un alimento è indicato, e non è quello dell’ingrediente primario, deve essere indicato anche il paese di origine o il luogo di provenienza di quest’ultimo, o quanto meno deve essere indicato che il paese di origine o il luogo di provenienza è diverso. L’obbligo riguarda l’indicazione dell’origine o provenienza del solo ingrediente primario, inteso (secondo la definizione dell’art. 2.1.q) come “l’ingrediente o gli ingredienti di un alimento che rappresentano più del 50% di tale alimento o che sono associati abitualmente alla denominazione di tale alimento dal consumatore”. L’operatività della norma è rinviata all’adozione da parte della Commissione degli opportuni atti di esecuzione, ma essa offre comunque una sicura chiave di lettura della legge nazionale sopra ricordata: è il luogo d’origine dell’ingrediente primario a dover essere dichiarato, se diverso dal luogo di origine del prodotto finito; non il luogo d’origine di tutti gli ingredienti di origine agricola.

Sull’ultimo bollettino online dell’AGCM sono stati pubblicati tre provvedimenti relativi al fenomeno conosciuto come “Italian Sounding”, ossia l’utilizzo di espressioni, immagini e marchi che evocano l’Italia per promuovere e commercializzare prodotti che con il nostro Paese hanno poco a che fare. Le fattispecie oggetto di istruttoria da parte dell’AGCM riguardavano la diffusione, attraverso l’etichetta apposta sulle confezioni, di messaggi pubblicitari ingannevoli sull’origine geografica di lenticchie e conserve sottolio (spicchi di carciofi, pomodorini secchi e capperi) prodotte e commercializzate da tre diverse imprese.

Primo caso (provvedimento n. 26765): capperi sotto aceto. L’etichetta recava l’indicazione “Product of Italy”, accostata ad una bandierina italiana; la conserva era prodotta in Italia, ma i capperi provenivano dal Marocco. Impegni proposti e accettati dall’Autorità: rimozione della dicitura “Product of Italy”; precisazione dell’origine extra-UE dei capperi nell’elenco ingredienti; collocazione della bandierina italiana sotto la lista ingredienti, a significare il luogo di trasformazione.

Secondo caso (provvedimento n. 26766): carciofi sott’olio. L’etichetta recava l’immagine di un cesto di carciofi, accostata ad una bandiera italiana e all’indicazione “Prodotto e confezionato in Italia”; la conserva, anche in questo caso, era prodotta in Italia, ma i carciofi provenivano dall’Egitto. Impegni proposti e accettati dall’Autorità: rimozione della bandiera italiana.

Terzo caso (provvedimento n. 26767): lenticchie essiccate a marchio “Colfiorito” (Colfiorito è il nome di un comune umbro, in provincia di Foligno). Le lenticchie provenivano dal Canada. Impegni proposti e accettati dall’Autorità: attribuire maggior evidenza all’origine della materia prima, peraltro già indicata sul fianco della confezione.

I casi sollevati davanti all’AGCM riguardavano tutti prodotti sostanzialmente mono-ingrediente, o quanto meno prodotti nei quali era agevole distinguere l’ingrediente primario. Non è quindi possibile affermare con certezza se l’Autorità abbia fatto applicazione della norma europea – come avrebbe dovuto fare, vista la prevalenza del diritto europeo sui singoli diritti nazionali – oppure della norma nazionale. Una cosa però sembra chiara: al divieto di ingannevolezza è stata data un’applicazione tutto sommato equilibrata, che si è risolta nell’obbligo di fornire al consumatore informazioni ulteriori circa l’origine della materia prima, ma non nel divieto di dare risalto al luogo di lavorazione del prodotto.

Avv. Paolina Testa – Avv. Santina Parrello


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