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La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (sentenza 30 gennaio 2018, Sekmadienis Ltd. vs. Lituania) si è recentemente occupata dell’uso di simboli religiosi in pubblicità.

Questo il caso. Una società lituana produttrice di abbigliamento aveva pubblicizzato i propri prodotti con tre annunci: in uno era raffigurato un giovane uomo con lunghi capelli biondi, un alone intorno al capo e parecchi tatuaggi sul corpo, con indosso solo un paio di jeans; l’immagine era accompagnata da una head-line che diceva, grosso modo, “Gesù, che pantaloni!”. Nel secondo compariva una giovane donna con un abito bianco, con uno strano cappello fatto di fiori e un alone intorno al capo; la head-line in questo caso era: “Maria, che vestito!”. Nel terzo annuncio, i due personaggi comparivano insieme, con il commento “Gesù, Maria, che cosa avete addosso!”.

L’annuncio era stato censurato in patria sotto più profili. In particolare, l’organismo di autodisciplina pubblicitaria lituano lo aveva ritenuto in contrasto con i principi generali del Codice di etica pubblicitaria, che vietano la pubblicità contraria alla decenza (art. 1) e che offende la religione (art. 13). La società inserzionista era stata anche multata da un organismo statale per violazione della legge lituana sulla pubblicità, che tra l’altro vieta gli annunci che offendono la pubblica morale (art. 4 comma 2). Contro questa condanna, l’inserzionista si era rivolto alla Corte di Strasburgo, sostenendo che lo Stato lituano aveva violato il diritto fondamentale alla libertà di espressione, riconosciuto dall’art. 10 CEDU.

Nell’esaminare il caso, la Corte ricorda innanzitutto che il secondo comma dell’art. 10 attribuisce agli stati firmatari la facoltà di prevedere per legge limiti alla libertà di espressione, a condizione che si tratti di limiti necessari in una società democratica per la salvaguardia di interessi di ordine generale, fra i quali la morale; ricorda anche, sulla base della sua precedente giurisprudenza, che il caso in esame rientra fra quelli nei quali gli Stati godono della massima libertà di apprezzamento, sia per l’argomento coinvolto (convinzioni morali e religiose dei cittadini), sia per il tipo di comunicazione oggetto dell’intervento (comunicazione commerciale). Detto questo, e constatato che gli annunci “do not appear to be gratuitously offensive or profane, nor do they incite hatred on the grounds of religious belief or attack a religion in an unwarranted or abusive manner”), la Corte punta il dito contro la superficialità e la genericità della motivazione adottata dalle autorità lituane per condannare la campagna, osservando che essa si basa unicamente su petizioni di principio, su presupposti che non si cura di approfondire né di verificare, e che trascura di prendere in considerazione alcune argomentazioni difensive della società inserzionista, fra cui quella secondo cui i nomi di Gesù e Maria erano usati non nel loro significato religioso, ma alla stregua di interiezioni comuni nel lituano parlato. La conclusione è che la condanna inflitta dallo stato lituano alla campagna in questione viola il diritto alla libertà di espressione, perché è stata data un’assoluta prevalenza alla necessità di proteggere i sentimenti religiosi della popolazione, senza tenere adeguatamente conto del diritto alla libertà di espressione dell’inserzionista.

Avv. Paolina Testa


categoria:NewsPubblicità e comunicazione d’impresa