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Con sentenza del 29 marzo 2021, n. 2631/2021, il Consiglio di Stato ha messo la parola fine alla querelle che per oltre tre anni ha contrapposto Facebook all’AGCM.

La vicenda è nota ai più, avendo ricevuto ampio risalto anche in ambito giornalistico: fino all’aprile 2018, la pagina di iscrizione a Facebook dichiarava all’utente: «Iscriviti. È gratis e lo sarà per sempre», senza informarlo che il social network avrebbe utilizzato i suoi dati personali per finalità commerciali, e specificamente per la veicolazione, dietro corrispettivo, di pubblicità personalizzata a favore di altri operatori commerciali. In questo comportamento l’AGCM, con provvedimento n. 27432 del 29 novembre 2018, di cui ci siamo occupati a suo tempo su questa Newsletter, aveva ravvisato una pratica commerciale ingannevole, condannando il social network ad una pesante sanzione pecuniaria (5.000.000 di euro) e alla pubblicazione di una dichiarazione rettificativa. Lo stesso provvedimento aveva ritenuto che Facebook fosse responsabile anche di una distinta pratica commerciale aggressiva, consistente nel costringere di fatto gli utenti che si erano iscritti al social network a mantenere attivo il consenso prestato all’utilizzo dei loro dati, dal momento che alla revoca avrebbero fatto seguito pesanti limitazioni nell’utilizzo del servizio. In relazione a questa seconda pratica, l’Autorità aveva irrogato una distinta sanzione, pur essa di 5.000.000 di euro.

Il TAR Lazio, con sentenza n. 260/2020, aveva accolto parzialmente il ricorso di Facebook, annullando il provvedimento dell’Autorità per quanto riguarda la pratica commerciale aggressiva, ma confermandolo relativamente alla sussistenza di una pratica commerciale ingannevole.

La vicenda è stata successivamente portata all’esame del Consiglio di Stato, davanti al quale Facebook ha sostenuto la tesi che i dati personali non hanno valore commerciale, il che – unito alla gratuità del servizio da lei offerto agli utenti – renderebbe inapplicabile la disciplina consumeristica e imporrebbe di ricondurre ogni questione relativa al trattamento degli stessi nell’ambito di applicazione del Reg. UE 679/2016. Tesi abbastanza singolare, sia consentito osservare, per un soggetto che deve il suo successo commerciale proprio alla gran mole di dati (e quindi di informazioni sui vari aspetti della vita e sulle preferenze degli iscritti) di cui dispone, e che lo rendono un mezzo di diffusione della pubblicità straordinariamente preciso ed efficace. Questa tesi singolare non è stata accolta dal Consiglio di Stato, che ha ribadito sul punto la posizione già assunta dall’AGCM e dal TAR, partendo dal presupposto che il «fenomeno della patrimonializzazione del dato personale» sia un dato di fatto ineludibile, in quanto «portato tipico delle nuove economie dei mercati digitali». Sulla base di tale presupposto, il Consiglio di Stato ha confermato che nel comportamento di Facebook doveva effettivamente ravvisarsi una pratica commerciale scorretta, dal momento che: a) l’utente, al momento dell’iscrizione, non veniva informato con chiarezza e immediatezza in merito alla raccolta e all’utilizzo a fini remunerativi dei suoi dati personali, e conseguentemente in merito all’intento commerciale perseguito dal social network, volto alla monetizzazione dei dati; b) in particolare, mancava nella pagina di registrazione un alert adeguato, che informasse gli utenti in merito alla centralità del valore commerciale dei suoi dati rispetto al servizio offerto; c) le informazioni fornite all’utente al riguardo non distinguevano adeguatamente fra utilizzo dei dati funzionale alla personalizzazione del servizio, con l’obiettivo di facilitare la socializzazione con altri utenti, e utilizzo dei dati per la realizzazione di campagne di pubblicità mirata.

La sentenza del TAR è stata peraltro confermata dal Consiglio di Stato nella sua totalità, compresa l’esclusione della pratica commerciale aggressiva addebitata a Facebook dall’AGCM.

 

Avv. Paolina Testa


categoria:Pratiche commerciali scorrette e aggressivePrivacy e diritti della personalità