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Con le conclusioni assunte nella causa C-18/18, presentate nel mese di giugno scorso, l’avvocato generale presso la Corte di Giustizia ha interpretato in maniera piuttosto estensiva l’obbligo di rimozione dei contenuti illeciti imposto dalla direttiva 2000/31 sul commercio elettronico agli hosting provider.

La vicenda sottoposta alla Corte di Giustizia prende le mosse da un caso di diffamazione ai danni di una deputata del parlamento austriaco: un utente di Facebook aveva condiviso sulla sua pagina personale un articolo relativo ad una certa iniziativa politica della deputata, corredato da un post offensivo nei confronti della signora. Il giudice nazionale di primo grado aveva ordinato a Facebook di cessare la pubblicazione delle affermazioni in questione e di affermazioni dal contenuto equivalente, e nello stesso senso si era espresso il giudice di secondo grado. La Corte Suprema austriaca si è però posta il problema della compatibilità fra un simile obbligo e il divieto – che l’art. 15 della direttiva 2000/31 impone agli Stati membri – di porre a carico dei fornitori di servizi di hosting un obbligo generale di sorveglianza, come pure un obbligo di ricercare attivamente fatti e circostanze che indichino la presenza di attività illecite.

La soluzione proposta dall’avvocato generale distingue fra affermazioni identiche e affermazioni equivalenti, e fra la fonte di provenienza di queste ultime. La direttiva sul commercio elettronico, secondo la ricostruzione proposta, non osta a che un hosting provider che gestisce una piattaforma di social network, come Facebook, sia costretto da un provvedimento giudiziario a individuare affermazioni identiche a quelle ritenute illecite dal giudice, da chiunque diffuse, e a disabilitare l’accesso alle stesse. Gli strumenti necessari per effettuare tale identificazione non sono sofisticati, e dunque non comportano a carico dell’hosting un onere straordinario che ostacolerebbe la sua libertà d’impresa.

Diverso è il discorso per le affermazioni equivalenti: la loro ricerca fra le informazioni diffuse da tutti gli utenti del social network comporterebbe a carico dell’hosting l’adozione di soluzioni tecniche molto costose, e si risolverebbe d’altra parte in una sorta di censura: non vi sarebbe dunque un giusto bilanciamento fra i diritti fondamentali coinvolti (diritti della personalità, da un lato; diritto alla libertà d’impresa, dall’altro; diritto alla libertà di espressione, dall’altro ancora). L’obbligo dell’hosting di ricercare, e conseguentemente di rimuovere, le affermazioni equivalenti va dunque limitato alle affermazioni diffuse dallo stesso soggetto autore di quella inibita.

Infine, secondo l’avvocato generale, è legittimo che un hosting provider venga obbligato a rimuovere le affermazioni in questione a livello mondiale, giacché la direttiva sul commercio elettronico non disciplina la portata territoriale dell’obbligo di rimozione.

Vedremo, fra qualche mese, se la Corte di Giustizia condividerà in tutto o in parte questa posizione.

Avv. Paolina Testa 


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