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Non c’è pace per il povero Mark Zuckerberg. Il caso “Cambridge Analytica” (dal nome della società di consulenza inglese che ha illecitamente acquisito dati personali degli utenti di Facebook) è stata l’occasione, non solo negli Stati Uniti, per porsi qualche domanda sulle modalità di funzionamento di un social network a cui è iscritto più di un quarto della popolazione mondiale (due miliardi di iscritti, su 7.5 miliardi di persone).

Anche in Italia, apprendiamo da un comunicato stampa del 6 aprile, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’istruttoria nei confronti del gigante dei social network, per presunte pratiche commerciali scorrette. Il procedimento PS11112 ha ad oggetto due distinte condotte che sarebbero state poste in essere in danno degli utenti.

La prima ha ad oggetto l’informativa messa a disposizione da Facebook in fase di registrazione, per quanto riguarda le modalità di raccolta e utilizzo dei dati a fini commerciali, inclusi i dati generati dall’uso di Facebook, dall’uso di app di proprietà della stessa piattaforma e anche da quelli derivanti dall’accesso a siti web e app di terzi.

La seconda condotta contestata a Facebook riguarda la condivisione dei dati così raccolti: le impostazioni di privacy automatiche prevedono infatti l’autorizzazione alla condivisione, in generale, di tutti i dati raccolti con società terze, senza necessità di consenso da parte dell’utente, ma prevendo solo la possibilità di opt out.

Ad avviso dell’Autorità Garante, queste condotte potrebbero costituire pratiche commerciali scorrette sotto due distinti profili. Da un lato in quanto pratiche ingannevoli, perché Facebook non informerebbe adeguatamente l’utente, in fase dell’attivazione dell’account, dell’attività di raccolta e utilizzo a fini commerciali dei dati; dall’altro anche come pratiche aggressive, perché il colosso di Menlo Park eserciterebbe un indebito condizionamento nei confronti dei consumatori che sono portati a prestare il consenso alla raccolta e all’utilizzo di tutte le informazioni che li riguardano in modo inconsapevole e automatico, anche per evitare di subire limitazioni nell’utilizzo dei servizi.

A questo punto non rimane che attendere la chiusura dell’istruttoria, ricordando che già l’anno scorso Facebook era stata condannata dall’AGCM per le modalità con cui WhatsApp (società acquistata dal gruppo) aveva indotto i suoi utenti ad accettare la modifica delle condizioni di utilizzo dell’applicazione di messaggistica; modalità, in quel caso, ritenute idonee dall’Autorità Garante a costituire un indebito condizionamento dell’utente.

Avv. Chiara Pappalardo


categoria:NewsPratiche commerciali scorrette e aggressive