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Della recentissima sentenza della Cortedi Giustizia in tema di diritto all’oblio hanno parlato anche i principali siti dei quotidiani con titoli a volte imprecisi, ma tutti ad effetto (come questo, del resto…).  La sentenza della Corte di Giustizia del 24 settembre 2019, nella causa C-507/17 prende le mosse da una richiesta di pronuncia pregiudiziale proveniente dal Conseil d’État francese, nel corso di un giudizio promosso da Google per ottenere l’annullamento di una sanzione comminatagli dalla Commissione Nazionale per l’Informatica e le Liberta (CNIL), a seguito del ricorso di una persona fisica, che chiedeva la rimozione di alcuni link dall’elenco di risultati visualizzati a seguito dell’inserimento del suo nome nel motore di ricerca, la cd. deindicizzazione.

Il diritto alla deindicizzazione (o diritto all’oblio) è il diritto della persona fisica ad ottenere che un motore di ricerca sopprima, dall’elenco dei risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata partendo dal suo nome, i link verso pagine che contengano informazioni su detta persona, indipendentemente dal fatto che le informazioni siano legittimamente presenti su dette pagine web, e da queste non vengano cancellate (Corte di Giustizia 13 maggio 2014, in causa C – 131/12)

Nella decisione di cui si discute, viene affrontato un altro aspetto del diritto alla deindicizzazione, ovvero la sua portata geografica.

Il CNIL, su istanza di una persona fisica, aveva infatti diffidato Google a rimuovere i link dai risultati di ricerca non solo sulla versione francese del sito e su quelle i cui domini corrispondono ad uno stato membro (ovvero, oltra a google.fr, a google.it, google.es, etc…), ma su tutte le versioni del motore di ricerca e quindi in tutto il mondo.

A fronte del rifiuto di Google la Commissione francese aveva irrogato la sanzione, impugnata avanti al Conseil d’État. Questi ha sottoposto alla Corte di Giustizia tre distinte questioni che, seppur relative all’interpretazione della direttiva 95/46 vigente all’epoca della comminazione della sanzione, sono state risolte anche alla luce del GDPR, il Reg. 2016/679, entrato in vigore nelle more del giudizio.

La prima questione è relativa alla portata territoriale, e in particolare se il diritto alla deindicizzazione riguardi tutti le versioni del motore di ricerca, indipendentemente dal luogo di origine della ricerca e anche al di fuori dell’ambito di applicazione della direttiva 95/46 (oggi del GDPR). In risposta la Corte riconosce che una deindicizzazione effettuata su tutte le versioni del motore di ricerca sarebbe indubbiamente efficace per garantire un elevato livello di protezione dei dati personali, scopo principale della regolamentazione europea in materia, in particolare in un mondo globalizzato quale è quello in cui viviamo. Occorre però bilanciare queste esigenze con altre, in particolare col fatto che molti stati terzi non riconoscono il diritto alla deindicizzazione; bisogna inoltre considerare che il diritto alla protezione dei dati personali non è una prerogativa assoluta, ma va considerato alla luce della sua funzione sociale e in ogni caso contemperato con altri diritti fondamentali.

Conclude pertanto la Corte – in maniera a mio avviso per nulla sorprendente – che il diritto dell’Unione si applica solo all’interno dell’Unione, ovvero che non sussiste per il gestore di un motore di ricerca «un obbligo derivante dal diritto dell’Unione di effettuare tale deindicizzazione su tutte le versioni del suo motore».

 La seconda questione, subordinata alla prima, riguarda l’estensione dell’obbligo di deindicizzazione all’interno del territorio dell’Unione, ovvero se questo debba essere limitato unicamente alla versione del motore di ricerca corrispondente allo Stato membro di residenza della persona fisica, oppure se debba essere esteso a tutti i paesi dell’Unione.

Anche in relazione a questa domanda, la risposta della Corte è lineare. Al di là di ogni ulteriore considerazione, la scelta del legislatore dell’Unione di disciplinare la materia con un Regolamento, il n. 2016/679,  direttamente applicabile in tutti gli Stati membri, comporta de plano il fatto che la deindicizzazione debba essere eseguita su tutte le versioni del motore di ricerca degli Stati membri.

Questo deve essere fatto, prosegue la Corte rispondendo alla terza questione, adottando se necessario anche misure tecniche, quali ad esempio il blocco geografico degli indirizzi IP o il reindirizzamento automatico – indipendentemente dall’indirizzo digitato – alla versione nazionale del motore di ricerca.

Conclude la Corte, riprendendo quanto affermato in risposta alla prima questione pregiudiziale, che se è vero che il diritto dell’Unione non obbliga il gestore di un motore di ricerca a procedere alla deindicizzazione su tutte le versioni del proprio sito, non lo vieta nemmeno. Pertanto le autorità nazionali saranno competenti a valutare se, nel caso concreto e alla luce del bilanciamento di tutti i diritti coinvolti, potrà essere ritenuto necessario procedere alla deindicizzazione su tutte le versioni del motore di ricerca.

Avv. Chiara Pappalardo.


categoria:NewsPrivacy e diritti della personalità