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Sulla Gazzetta Ufficiale del 12 maggio scorso è stata pubblicata la legge 8 maggio 2010 n. 31, di conversione del d.l. 16/2020 sull’ambush marketing, sul quale ci siamo soffermati negli ultimi numeri di questa newsletter.

La legge di conversione ha apportato alcune modifiche alla disciplina introdotta dal decreto legge, delle quali vale la pena di dare brevemente conto.

Innanzitutto, l’ambush marketing non viene più definito come «pubblicizzazione parassitaria», ma come «pubblicizzazione e commercializzazione parassitarie, fraudolente, ingannevoli e fuorvianti» (art. 10 co. 1 del d.l.): il che ben esprime il disgusto del legislatore nei confronti di questa figura, ma sotto il profilo della tecnica legislativa – mi permetto di osservare – è alquanto ridondante.

Qualche modifica di dettaglio è stata anche apportata alla descrizione delle singole figure di ambush marketing, contenuta nel secondo comma dell’art. 10: si tratta di modifiche forse superflue, dal momento agli stessi risultati si poteva arrivare in via interpretativa, ma certo non criticabili.

Quel che appare invece criticabile sotto il profilo della tecnica legislativa è la formulazione utilizzata per ampliare l’ambito temporale di applicazione del divieto. Il decreto, come si ricorderà, individuava come ambito di efficacia del divieto di ambush marketing illecito il periodo compreso fra il novantesimo giorno anteriore all’inizio dell’evento e il novantesimo giorno successivo alla fine dello stesso. Il nuovo testo dell’art. 11 stabilisce che i divieti di cui all’art. 10 «operano a partire dalla data di registrazione dei loghi, brand o marchi ufficiali degli eventi di cui al comma 1 del medesimo articolo 10 fino al centottantesimo giorno successivo alla data ufficiale del termine degli stessi». Nulla quaestio sulla decisione politica, che è ovviamente rimessa al legislatore. Una maggiore attenzione alle parole sarebbe stata auspicabile: parlare di registrazione di loghi, brand o marchi ufficiali è quanto meno improprio, considerando che si tratta in ogni caso di marchi. Non solo: se l’intenzione era quella di ampliare l’ambito temporale di efficacia del divieto, non si vede perché questo debba decorrere dalla registrazione dei marchi relativi all’evento, e non dal deposito della domanda di registrazione. Disattenzione? Oppure accorta considerazione dell’eventualità che la registrazione del segno distintivo dell’evento venga negata, e che la relativa domanda non giunga a buon fine? Temo che sia vera la prima ipotesi.

Avv. Paolina Testa 


categoria:NewsPubblicità e comunicazione d’impresa